Tuodì e Dico, il discount che soffre: negozi semivuoti, debiti, 6mila dipendenti...

Tuodì e Dico, il discount che soffre: negozi semivuoti, debiti, 6mila dipendenti a rischio

Scaffali vuoti, niente merci, i dipendenti disorientati. La catena discount Tuodì e Dico, appartenente alla famiglia Faranda, annega nei debiti e rischia la chiusura. In tutta Italia i negozi del gruppo offrono da settimane uno spettacolo tristissimo: negozi semivuoti, clientela sparita, pochi dipendenti a fare la guardia al bidone. La proprietà aveva annunciato ai sindacati che entro il mese di giugno avrebbero trovato e annunciato una soluzione alla crisi, ma il termine è scaduto senza alcuna novità. E a restare come una sentenza sono i numeri riportati qualche settimana fa dal Sole-24 Ore. Il gruppo è soffocato da circa 450 milioni di debiti lordi, dei quali 160 verso le banche (71 a breve), 225 verso i fornitori e 29 verso l’erario.

A nulla sembrano essere serviti i 727 milioni di ricavi denunciati nell’ultimo bilancio disponibile, quello del 2014; i cambiamenti di format che hanno fatto nascere i Tuodì Market e i Superfresco; e l’immissione di capitali freschi grazie a un sacrificio dei soci e grazie alle linee di credito per un totale di 90 milioni garantite dalle banche. La situazione sembra oggi irrimediabile.

Il gruppo Dico-Tuodì nasce dalla catena di discount del gruppo Coop poi finita nelle mani dell’imprenditore Antonino Faranda ed è un’importante realtà del mondo del discount italiano. Ha sede a Roma (l’amministratore delegato è Antonio Faranda) e conta su oltre 400 punti vendita in tutta Italia, con una presenza particolarmente capillare nella capitale. Qualche mese fa il quotidiano economico MilanoFinanza aveva dato la notizia che i supermenrcati del gruppo erano stati messi in vendita con Rotschild come advisor. All’acquisto erano sembrati interessati il gruppo tedesco Aldi per lanciare l’offensiva italiana e il colosso Lidl (sempre tedesco), l’italiana Eurospin e l’altra tedesca Rewe. Ma finora nessuno ha concretizzato l’acquisto.

Nel frattempo c’è preoccupazione per la sorte dei circa 6mila dipendenti del gruppo. Da ogni parte d’Italia si levano le proteste dei sindacati. Gli stipendi sono stati erogati fino all’ultimo ma in molti punti vendita i Tfr non vengono rispettati da diversi mesi. E la situazione è destinata a peggiorare perché la carenza di merci sugli scaffali provocata dalla chiusura dei rubinetti da parte dei fornitori allontana i clienti e annulla gli introiti.