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20 GIUGNO/LUGLIO 2018 disaffezionata verso ilmitodel- la marca e che, nella perenne sollecitazione della società ameri- cana a riallocare il proprio reddito disponibile per godere di nuove innovazioni, vede nell’accesso a prodotti fortemente scontati non una diminuzione di status, ma una scelta intelligente. La qualcosa coglie, per altri versi, le stesse motivazioni del successo di Trader Joe’s e di Costco. Un concept su cui riflettere Cosa ci insegna, dunque, l’esperienza di GroceryOutlet? La prima cosa concerne un discorso serio nei confronti dei processi regressivi della distribuzione dei redditi indotti dalle trasformazioni in atto nel paese. L’acco- glienza degli immigrati, il degradodel Sud-Italia con i suoi livelli di disoccupazione, le difficoltà dei ceti indeboliti dalla crisi irreversibile del welfare-state, potrebbero trovare risposta nella sperimentazione di formati ‘extreme value’ da parte di insegne come Coop (vocate per natura al solidarismo) o come CONAD (in quanto potente struttura organizzata del piccolo commercio indipendente). Certamente i 70 anni di espe- rienza di Grocery Outlet nel bilanciare costi e valore non sono facili da imitare. Comunque, se estendiamo lo sguardo alla pletora di insegne americane vocate al risparmio (come Family Dollar, Dollar Tree, 99 Cents, ecc.) possiamo concludere che, in Italia, esiste un vuoto che tuttora appare lungi dall’essere colmato. S Presidente Retail Institute of Italy, già Popai Italia, docente di Stili e Tendenze di consumo all’Università Iulm di Milano, è autore di Retail Experience in Usa. DANIELE TIRELLI LA FORMULA ORGANIZZATIVA È SIMILE AL FRANCHISING, CHE COINVOLGE FAMIGLIE DI RETAILER INDIPENDENTI A CUI VENGONO OFFERTI, PER L’AVVIAMENTO, LOCATION E MAGAZZINO GROCERY OUTLET
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